Gratitudine

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La parte più bella del mio lavoro con i bambini non é il sostegno linguistico di per sé. La parte più bella sono loro che con il loro italiano stentato cercano di rendermi partecipe della loro vita. Mi raccontano delle domeniche al parco o di aver incontrato in un centro commerciale un loro compagno di classe. La pazienza non é tanto la mia nell’aspettare che compongano la frase in italiano, correggendosi e ricorreggendosi più volte. La pazienza é la loro che attendono di ricordarsi la parola e il verbo giusto per dirmi esattamente il concetto che nella loro lingua madre esprimerebbero correttamente e nella loro testa immaginano esattamente. Non so come non si possa ricambiare tutto questo con pura gratitudine, sapendo bene la fatica di essere bambini sull’orlo dell’adultizzazione con un’esperienza migratoria da elaborare … Si, tanta gratitudine per questi umani del futuro.

Appunti di viaggio: Atene.

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In ogni angolo di Atene ci sono oggetti relativi a “Il Piccolo principe”: libri, collane, dipinti. Io e la mia amica non siamo riuscite a capire il perché ma ( ai miei occhi) questo ha reso gli ateniesi molto teneri e romantici . Nel mondo sopravvive ancora il mito di Eros Ramazzotti : quando ho detto che venivo dall’Italia, il negoziante mi ha citato Eros e non mi ha fatto pagare alcune delle cose che avevo acquistato (gli ho promesso che la prossima volta che torno ad Atene gli porterò un cd di Eros). Pronunciare in maniera esatta i nomi delle strade greche è fondamentale ed è anche fondamentale precisare il quartiere, infatti ad Atene ci sono più vie con lo stesso nome. Mi è stato detto che i greci ci tengono tantissimo alla loro storia perché è da lì che è partita tutta la cultura occidentale e investono anche tanto per preservare le varie opere. Quando mi hanno chiesto se la stessa cosa vale in Italia con i romani, sono scoppiata in una risata sarcastica e rumorosa. Vedere la bellezza delle statue e dell’acropoli a pochi centimetri di distanza è stato come essere in quell’antichità e finalmente tutto ciò che avevo studiato durante gli anni del liceo ha iniziato a prendere vita. Di fronte al parlamento c’erano i profughi siriani sdraiati su cartoni e avvolti da coperte che da settimane protestano per avere i documenti dallo stato greco. Mi ha colpito la serenità negli occhi dei bambini siriani in mezzo a tanta tragedia. E’ stato doloroso vedere i tanti fiori per il ragazzo di 15 anni ucciso dalla polizia nella piazza anarchica Exarchia. Allo stesso tempo, è stato bello vedere tantissimi giovani riuniti in quella piazza che ancora custodiscono gelosamente quella zona franca. E alla mia domanda : “ ma se venisse la polizia qua … cosa succederebbe? Non credo sia legale fumare come stanno facendo loro…”, mi è stato risposto che la polizia non va mai in quella piazza perché ha paura, solo la “riot police” si reca lì in caso di proteste. Ci sono dei locali bellissimi lungo le vie del centro, locali nei quali tutti bevevano della roba marrone dentro bicchieri enormi, probabilmente cappuccino freddo ( e lo chiamavano proprio “cappuccino freddo”). Mi sono sentita fortuna a vivere in un’epoca in cui basta prenotare e partire per ovunque quando la sera abbiamo incontrato alcuni nostri amici (alcuni greci altri lì per progetti europei) e nello stesso tavolo parlavamo tre lingue diverse (italiano, greco, inglese) e c’era una perfetta armonia tra di noi. E’ stato ancora più emozionante quando uno di loro ha iniziato a dirci la definizione di tragedia in greco antico (nonostante non capissi il significato esatto delle parole). Per concludere, grazie a questo viaggio ho finalmente capito come bere il raki e farmelo piacere: bollito con il miele!

Donne è bello

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Un mio contributo su alma blog

 
 

 Festeggiare la festa delle donne per me significa festeggiare il femminismo.

1908 sciopero delle camiciaie

1908 sciopero delle camiciaie

“Femminismo” non è un estremismo: è cio che ha permesso alle donne di avere voce. Nel bombardamento di informazioni di ogni sorta, nel bombardamento di ciò che la cultura ci ha tramandato, c’è ovviamente da selezionare, capire, cambiare opinione quando è necessario, guardare con occhio critico chi usa questo termine per giustificare o spiegare fenomeni che rappresentano una visione piuttosto semplicistica e superficiale di un movimento talmente variegato che qualcuna ha suggerito di usare il termine “femminismi”.

Dall’ iniziale e necessario femminismo dell’uguaglianza- il cui obiettivo era la rimozione di ciò che condanna le donne alla subalternità- si è passati negli anni ’70 ai gruppi di autocoscienza. Nell’intimità delle loro case, le donne che praticavano l’autocoscienza, si riunivano per ricostruire il sé, per trovare una propria identità non plasmata su quella maschile ma derivata dal racconto delle proprie fragilità e dei propri desideri. L’autocoscienza non solo è stato un modo per negare la storia scritta dagli eroi di guerre e rivoluzione – partendo piuttosto da sè- ma ha altresì dato dignità al parlare tra donne che fino a quel momento era considerato un passatempo privo di valore sociale e politico. E’ grazie al femminismo che il “personale” è diventato “politico, che la violenza domestica ha cessato di essere quella questione per cui “tra moglie e marito non mettere il dito” ma piuttosto un sopruso da cui partire per porre fine alla mentalità patriarcale. La sensibilizzazione su una tematica come la violenza di genere ha reso possibile concepire e costruire i centri antiviolenza, luoghi dove concretamente si può pensare a una fuoriuscita dalla violenza. Ed è in particolare grazie al cosiddetto “femminismo della differenza” che la ricerca filosofica, con le tante pubblicazioni delle filosofe e studiose, non è rimasta ancora al pensiero filosofico maschile. Differenza significa riconoscere la nostra soggettività come donne, valorizzando innanzitutto la maternità in quanto capacità di dar vita a un altro essere umano, e in questo senso la capacità di accogliere (dentro di sé) l’altro/a. L’accoglienza nel proprio grembo di un’altra vita, se non considerato come evento puramente biologico, è quel simbolico da cui partire per costruire un altro tipo di società. Quella società che non vede ciò che è altro da sè (donne, stranieri, bambini) come una minaccia alla propria identità ma piuttosto una integrazione alla propria identità.

Così come bisogna vedere come un completamento alla propria identità gli altri modi di essere donna. Quel “femminismo” che urla alle donne islamiche di non essere libere perchè indossano il velo, riprende infondo il modello coloniale, quella struttura di potere per cui “io sono bianco e so fare tutto meglio di te”. Non c’è molta differenza tra i colonialisti di allora e le “femministe” di ora, quelle che in nome dell’emancipazione pretendo di imporre un modello di libertà valido a livello universale. Ognuna di noi ha il suo modo di essere libera, in base alla propria formazione sociale e culturale, e credo che finchè si ha il rispetto della propria persona e dignità, ogni forma di libertà sia rispettabile.

Non sono certo illusa, so che i razzismi ci sono e ci saranno, ma avere più fiducia in sé, costruire il mondo partendo da sé, dalle proprie ombre e dal proprio coraggio, credo sia una possibile alternativa a chi nel corso della Storia e ancora oggi ci vende grandi ideologie e idealismi che vogliono omologarci.

Concludo con le parole di Carla Lonzi, che considero un inno al rispetto della propria unicità: “ Quello che ho da dire lo dico da sola. Meglio l’autenticità del proprio smarrimento che la mediocrità di volere tutte la stessa cosa”.

Macerata: Inaugurazione della Galleria d’Arte Michele Fattori.

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Ieri 2 Marzo è stata inaugurata la Galleria d’Arte Michele Fattori. La Galleria nasce dalla collaborazione tra Federico Lelli Ferretti (titolare della Galleria Ferretti) e Michele Fattori (pittura astratto informale).

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(Opera di Michele Fattori)

L’inaugurazione è stata preceduta da una presentazione presso la sede della società filarmonico drammatica di Macerata, tenuta da Alfonso Cacchiarelli (presidente della società filarmonico drammatica), Massimiliano Sport Bianchini l(Assessore alla cultura della provincia di Macerata) e l’artista stesso Michele Fattori.

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(Opera di Michele Fattori)

In una sala piena, Alfonso Cacchiarelli ha posto l’attenzione sull’importanza dell’arte, sottolineando il coraggio di aprire una galleria d’arte in un periodo in cui l’arte è difficilmente monetizzabile. La città di Macerata è stata protagonista in passato di importanti Gallerie d’Arte: Franco Cicconi,  Sensini, Pio Monti nonchè la pinacoteca comunale. Sarebbe auspicabile che la Galleria ritorni ad essere quel punto di ritrovo dove discutere d’arte.

L’Assessore Massimiliano Sport Bianchi ha sottolineato l’importanza di una buona organizzazione degli eventi culturali,un calendario in cui i vari eventi non si sovrappongono affinchè i cittadini possono seguire gli eventi con maggiore facilità. Gli spazi culturali dovrebbero essere al centro dell’agenda politica, in momento in cui l’imprenditorialità classica del territorio risente della crisi che attraversa tutto il paese. Non solo la cultura dovrebbe essere al centro dell’agenda politica, ma un contributo fondamentale dovrebbe arrivare dai cittadini stessi che dovrebbero appropriarsi della città in un’ottica di progettualità futura, valorizzando il passato e mettendo a frutto ciò che il presente offre. L’iniziativa di Michele Fattori – continua l’assessore Bianchini – s’inserisce in un percorso e ragionamento propositivo e positivo, segno dalla capacità del singolo cittadino di avere coraggio laddove il pubblico spesso difetta concettualmente, non dando abbastanza spazio all’arte.

Infine l’artista Michele Fattori ha chiuso la presentazione con considerazioni brevi, senza giri di parole:  l’importanza di tramandare la cultura e soprattutto l’essenzialità della bellezza, l’impatto visivo dell’arte – e dunque della Galleria – che riscalda gli animi e da vita.

La Galleria d’arte si trova nel centro storico di Macerata, in via Lauri 28. In occasione dell’inaugurazione, oltre alle opere di Michele Fattori, erano esposte  tre opere del grande artista Dante Ferretti.

Image(Opera di Michele Fattori)

Questione femminile e immigrazione musulmana in Italia: tra realtà e pregiudizio

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La crescita della componente femminile nell’immigrazione islamica è stata seguita da un crescente interesse per il ruolo che la donna svolge all’interno della comunità musulmana.

Il racconto che ne viene fatto dai mass- media e dall’opinione pubblica è di una figura velata, passiva e subordinata alla cultura patriarcale. Ma è sempre e ovunque così? Niente di meno certo.

Tunisia. Donne sulla spiaggia di La Marsa. Foto: WomEOS

Ancona – 07/01/2013. Migena Proi.

Sono innegabili le storie di soprusi e violenze a cui le donne musulmane sono soggette, cosi come è innegabile che la violenza di genere non sia caratteristica dei “non occidentali“. Tuttavia è proprio all’interno di dibattiti riguardanti l’Islam che le disuguaglianze di genere vengono enfatizzate, colpevolizzando la religione come fonte unica e primaria della violenza. Nell’affrontare questa tematica prevalgono spesso toni emotivi, partendo dalla compassione che vittimizza ulteriormente le donne al disprezzo di chi le ritiene incapaci di autodeterminarsi, non permettendo di sollevare dibattiti pubblici sui diritti sociali in senso ampio (diritto all’istruzione, diritti economici,diritti politici) che sarebbero i mezzi con cui concretamente è possibile far uscire le donne dalla marginalizzazione che subiscono.

L’Islam viene visto come un universo statico, inflessibile a qualsiasi cambiamento geopolitico. Allo stesso modo l’immagine della donna musulmana viene appiattita su raffigurazioni prive di sfumature, incapaci di cogliere le diversità che sussistono. Ovviamente l’Islam è uno, in quanto unico è il suo credo e uniche sono le sue pratiche religiose, ed in questo senso unica è la donna islamica. Tuttavia la religione non è l’unica dimensione in grado di formare le singole identità e i popoli, intervengono a questo proposito variabili economiche, sociali, politiche, diverse a secondo dello spazio geografico in cui l’Islam trova spazio.

La Dott.ssa Renata Pepicelli, autrice di “Femminismo islamico. Corano, diritti, riforme” (Carocci, 2010) e di “Il velo nell’islam. Storia, politica, estetica” (Carocci, 2012) ci spiega perché non è possibile parlare di donna musulmana tout-court: “Ovviamente non è possibile parlare di donna musulmana tout-court. Le condizioni materiali dettate dalle leggi e dalla storia del Paese, influenzano la vita delle donne sia nel paese d’origine sia in eventuali percorsi migratori. Un esempio dell’influenza della vita politica può essere l’Arabia Saudita: solo ultimamente alle donne è stata data la possibilità di lavorare come commesse nei negozi di biancheria intima femminile, quando fino a poco tempo fa vi erano solo commessi maschi. Differenze non si riscontrano solo tra Paesi, ma vi sono contraddizioni interne: in Marocco esiste la differenza tra città e campagna, dove i tassi di analfabetismo sono molto elevati. Il codice di famiglia approvato nel 2004 che introduce importanti novità ( ad esempio l’innalzamento dell’età matrimoniale dai 15 ai 18 anni) è poco conosciuto nelle campagne e perciò poco utilizzato. Per quanto riguarda i rapporti di genere, rilevanti risultano essere la provenienza sociale, il livello di istruzione, e la presenza o meno della donna nel mondo del lavoro, che consente di riequilibrare i rapporti di forza.“

Donna a Tunisi. Foto: WomEOS.

L’ossessione con cui i media italiani ed occidentali ci propongono donne velate quando si discute di donne musulmane, facendo della proibizione del velo una lotta di libertà e civiltà, risente di un’impostazione ideologica che vede nel velo una forma di subordinazione all’uomo “padrone”. Tuttavia ciò che ci viene proposto come una lotta per la libertà, sembra piuttosto essere un appropriarsi del significato di simboli religiosi altrui dandone un significato che rispecchia schemi mentali occidentali.  Cosi come abbiamo sentito storie di donne obbligate a indossare il velo per volontà dell’uomo, molte lo indossano come subordinazione a Dio. Ma soprattutto alcune, pur essendo musulmane convinte e praticanti, non lo indossano.  Anche in questo caso , oltre ovviamente alla scelta personale della donna, assume rilevanza la storia del Paese d’origine, come ci testimonia Malika Brhout, marocchina della zona di Al Hoceima, laureata in Lingue e lettere spagnole in Marocco, mediatrice linguistica nelle scuole, e membra del Centro Ricerca e Mediazione Interculturale di Fano (AN),  racconta : “ io sono cresciuta con le sorelle maggiori che andavano in giro con minigonne e zeppe, influenzate dalle mode dei colonizzatori spagnoli. Da noi l’hijab non è mai stato usato, le mie nonne indossavano il turbante e successivamente c’è stata l’influenza delle mode provenienti dai paesi medio-orientali e si è iniziato a indossare il velo delle danzatrici del ventre”.

Ciò che contribuisce a definire nell’immaginario collettivo l’immagine della donna musulmana come “passiva” è sicuramente anche l’ignorare l’importanza dei movimenti delle donne nella storia dei Paesi del sud del mediterranneo. Nell’area mediterranea i movimenti delle donne hanno rivestito un ruolo storicamente rilevante a partire dalla fine del 1800 , fino ad arrivare ai giorni nostri in cui dagli anni novanta si è sviluppato il cosiddetto “femminismo islamico”, che mira a una reinterpretazione dell’Islam alla luce dell’uguaglianza di genere. Le femministe islamiche si sono in particolar modo soffermate sullo studio della vita del Profeta, le quali mogli hanno ricoperto ruoli importanti non solo all’interno della famiglia ma anche nello spazio pubblico (Aisha , moglie del profeta Mohammad, in particolar modo).  Credere che le donne musulmane non possano essere soggetti attivi e non possano dare un contributo alle società in cui vivono unicamente perché non hanno seguito gli stessi percorsi di emancipazione delle donne occidentali,  che si sono “liberate” – o almeno suppongo di esserlo- proprio in ribellione alla religione e a tutto ciò che rappresentava l‘ordine precostituito, vuol dire continuare a reiterare l’atteggiamento di superiorità che l’Occidente ha mostrato per secoli.  Ed è proprio questo atteggiamento che viene contestato dalle donne musulmane, come ci spiega la dott.ssa Renata Pepicelli : “Nonostante le difficoltà che senz’altro ci sono per le donne nei paesi arabi, quello che le donne musulmane chiedono – almeno alcune teologhe e studiose del cosiddetto “femminismo islamico” –  non è di essere “salvate”  – atteggiamento che l’occidente ha sovente- ma quanto piuttosto di costituire dei ponti di solidarietà tra donne occidentali e arabe, dal momento che l’islam contiene già in sè i germogli della libertà e uguaglianza, a lungo tempo offuscati da una lettura patriarcale del Corano”.

Inoltre essere convinti che l’emancipazione della donna possa avvenire solo fuori dal velo, fuori dalla religione, con canoni esclusivamente occidentali, non ci permette di vedere ciò che in Italia sta accadendo e di quanto nel loro piccolo proprio le donne musulmane sono protagoniste attive delle comunità in cui vivono.

Foto-Art 5. opera dell’artista iraniana Shirin Neshat

Najat Aridos, marocchina e musulmana praticante, 41 anni, 2 figli, da 12 anni in Italia, è rappresentante della consulta degli immigrati del comune di Osimo (AN): “ Io sono la prima donna musulmana a far parte di tale consulta. E’ molto difficile il mio ruolo, perché consiste nel mediare tra le istituzioni e gli immigrati. Noi stranieri, forse partiamo un po’ prevenuti, perché quando decidiamo di rivolgerci al comune per qualche problematica, partiamo sfiduciati pensando che non ci forniranno le informazioni dovute perché siamo stranieri. Il comune da parte sua non agevola la diffusione di informazioni necessarie per cittadini stranieri. Ho dovuto insistere molto perché il comune mi usasse come tramite per far passare tali informazioni. Inoltre faccio molta fatica a spiegare alle persone che mi chiedono aiuto che dobbiamo trovare delle rivendicazioni che possiamo fare tutti insieme, invece sembra che ognuno sia interessato solo al suo problema individuale e voglia subito delle risposte. La maggiore ostilità rispetto a ciò che cerco di fare a livello sociale, mi viene mostrata dagli uomini arabi – non da tutti ovviamente -. Mi dicono che non vogliono farsi guidare da una donna. Per fortuna mio marito mi aiuta molto: io esco di casa alle 8 di mattina e rientro alle 20 di sera – quando va bene- ed è lui che si occupa dei bambini e della casa in genere, avendo perso il lavoro 2 anni fa”.

Come Najat sottolinea l’atteggiamento da parte della comunità araba verso una donna come figura guida è ambivalente, alcuni non la accettano, mentre per altri non costituisce un problema. Inoltre la crisi economica non solo è motivo di riorganizzazione dei modelli di vita di chi è presente da sempre in Italia, ma nel caso di Najat, diventa una ridefinizione di ruoli all’interno della sua famiglia musulmana, essendo il marito colui che si occupa della “sfera privata” e la moglie quella che lavora fuori e occupa uno spazio di rilevanza pubblica.

L’esperienza di Najat, così come quella di Malika, sono brevi testimonianze di come non sia possibile rimanere ancorati a stereotipi per capire la realtà.  I fattori che influiscono sulla formazione personale sono diversi e l’unico modo per comprenderli realmente non è procedere per grandi categorie concettuali, ma valorizzare e ascoltare l’esperienza personale di ognuno.

Ancona – Come sta andando la sanatoria? Intervista con Carla Cocchi (Acli)

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Ancona – 01/10/2012. Migena Proi.

“La sanatoria” 2012, Ovvero La procedura di emersione del lavoro nero degli immigrati ha avuto inizio il 15 Settembre scorso. Fin dal principio, le associazioni che fanno parte del Tavolo Nazionale Immigrazione (Acli, Arci, Asgi, Centro Astalli, Cgil, Fcei, Sei-Ugl, Uil), hanno espresso all’unisono le loro perplessità, legate in particolar modo agli alti costi (il datore di lavoro potrebbe spendere fino a un massimo di 7mila euro per lavoratore irregolare, considerando i diversi contributi) e alla dimostrazione della presenza dello straniero in Italia in maniera continuativa dal 31 Dicembre 2011.

A quindici giorni dall’inizio della sanatoria, lo scenario che si delinea sembra confermare le perplessità delle varie associazioni: il decreto legislativo n. 109/2012 pone vincoli che restringono eccessivamente la possibilità per i lavoratori stranieri di accedere alla sanatori. Due esempi : il contributo forfettario di 1000 è doppio rispetto alla sanatoria 2009 e la presenza sul territorio italiano allora non era prevista. Vincoli rigidissimi che trasformano quella che dovrebbe essere una possibilità in un’illusione.

La Dott.ssa Carla Cocchi, direttrice del Patronato Acli di Ancona, conferma i dati e le impressioni emergenti a livello nazionale. Fino al 27 Settembre i lavoratori stranieri che avevano inviato la domanda in tutta la provincia di Ancona erano 150. Gli accessi dei datori di lavoro al Patronato Acli per informazioni sono state invece 50, e di essi solo 7 ( 11 al 01/10/2012) hanno avuto le carte in regola per inviare la domanda (in prevalenza colf di sesso femminile). La politica comunicativa seguita, come ci spiega la Dott.ssa Cocchi, è volta alla trasparenza. Viene, infatti, consigliato ai lavoratori stranieri di presentarsi all’appuntamento con il datore di lavoro per le informazioni sull’emersione e la verifica della regolarità della documentazione probatoria della presenza sul territorio italiano, in modo che siano chiari ad entrambi i criteri di accesso, e non ci siano ulteriori confusioni su un decreto già complicato. I Paesi di provenienza dei lavoratori irregolari sono in prevalenza Bangladesh, Filippine e Perù. Il principale ostacolo da affrontare, sembra essere l’attestazione pubblica della presenza in Italia. Un ruolo fondamentale a questo proposito è svolto dalle strutture sanitarie. Infatti tre delle lavoratrici straniere che hanno concluso la pratica di invio della domanda presso l’Acli di Ancona erano o in possesso del certificato di pronto soccorso, o del tesserino “straniero temporaneamente presente”, o infine del certificato di nascita del proprio bambino in Italia. Un elemento incerto della prova di presenza sembra invece essere il timbro di entrata sul passaporto di altra frontiera Schengen, in particolar modo della frontiera polacca e romena. Molti arrivano proprio da queste frontiere, superate la quali, trovandosi nei paesi Schengen, sui loro passaporti non vengono apposti altri timbri, quindi non è dato sapere se hanno realmente soggiornato in Italia dal 31/12/2011 o in qualche altro paese europeo. L’ Acli di Ancona, a questo proposito, ha fatto domanda al Ministero per avere maggiori chiarimenti, ma non ci sono ancora delucidazioni in merito.

Volendo fare un confronto con la sanatoria del 2009 , la differenza è ravvisabile anche solo scorrendo il calendario degli appuntamenti per informazioni. Nello stesso lasso di tempo, ovvero a quasi due settimane dall’avvio della sanatoria, al Patronato Acli di Ancona, la richiesta di appuntamenti era decisamente maggiore, considerando inoltre che nel 2009 era una sanatoria esclusiva per colf e badanti.

Attraverso un’analisi delle domande inviate nella sanatoria in corso, è inoltre possibile intravedere lo stato di preoccupazione e ansia del lavoratore straniero. Infatti, il grafico presente nel sito del Ministero dell’interno, mostra un calo delle domande con il passare dei giorni.

La Dott.ssa Cocchi, anche attraverso le sue esperienze dirette all’ Acli, vede come possibile chiave di lettura dell’andamento dell’invio delle domande, la errata percezione da parte dei lavoratori di avere maggiore possibilità di riuscita nel caso in cui si arrivi prima degli altri. A due settimane dalla fine della sanatoria, nessuna corsa per arrivare primi sembra necessaria. Il ministro della cooperazione internazionale Andrea Riccardi ieri al Forum della cooperazione internazionale, ha ribadito che la sanatoria in corso è un’opportunità – nonostante lo scarso afflusso di domande dimostri che in pochi hanno le possibilità reali di sfruttare questa “opportunità” – che non ci sarà nessuna proroga, e l’unica apertura possibile potrebbe essere sugli organismi che certificano la presenza dello straniero in Italia.

Si attende in merito il parere dell’Avvocatura dello Stato, sperando che biglietti ferroviari o abbonamenti degli autobus consentano un maggiore accesso a quella che più che una sanatoria che svolge la propria funzione, sembra essere un terno al lotto.

http://www.media4us.it/2012/10/ancona-come-sta-andando-la-sanatoria-intervista-con-carla-cocchi-acli/

 

Concorso Lingua Madre 2012

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Di seguito potete leggere le motivazioni per cui mi hanno conferito il premio Lingua Madre 2012, ripreso direttamente dalla pagina dedicata al Concorso Lingua Madre 2012 sul sito del Salone del libro di Torino.

Proi, Migena

Nasce il 28 giugno 1985 a Valona, in Albania. Dopo la maturità classica, consegue la laurea in Economia. Collabora e pubblica articoli con diversi periodici interculturali, nazionali e internazionali. Attualmente cura il blog migenaproi.wordpress.com.• Il suo racconto Il museo del futuro ha vinto il Primo Premio del VII Concorso letterario nazionale Lingua Madre per la seguente motivazione: «Per l’intensa messa a fuoco, da parte di una giovane donna di “seconda generazione”, dei temi centrali della migrazione: l’essere fra due luoghi; le aspettative e il contatto con la realtà del paese d’origine e di quello di approdo; l’illusione e la disillusione; il lavorare qui e ora per procurarsi una vita migliore là e poi; fino a trovare nel bianco dell’ospedale il luogo di una normalità drammatica ma finalmente priva di contraddizioni. Matura l’organizzazione narrativa; ben calibrato il rapporto temporale; persuasivo l’approccio che evidenzia la differenza fra sé e la generazione delle madri e dei padri. Un racconto che non fa sconti né cerca compromessi, scritto con uno stile incalzante e un linguaggio ossessivo che emoziona e rende partecipi».

http://www.salonelibro.it/it/salone/concorso-lingua-madre/edizione-2012/11496-migena-proi.html

 

Al seguente indirizzo http://concorsolinguamadre.it/audio-racconti/ ci sono i racconti audio del mio racconto e delle altre vincitrici.

Buon ascolto!