Considerazioni su “The Quiet- segreti svelati”

26 gennaio 2012 Lascia un commento

Ho recentemente avuto modo di vedere ed apprezzare un film di qualche anno fa (2005):  The Quiet – segreti svelati. Diretto da Jamie Babbit, il film non ha avuto grande successo, né di pubblico né di critica. In rete potete leggere commenti che criticano la sua natura di thriller-non-thriller, la mancata profondità psicologica dei personaggi e così via.  Sebbene il film tratti argomenti sfruttati largamente (violenza del padre sulla figlia, silenzio complice della madre … ) adottando altre chiavi di lettura è possibile apprezzare questa pellicola.

I personaggi sono intrappolati nella maglia caotica degli eventi. E’ il loro istinto, la loro parte assolutamente irrazionale che determina gli eventi. Un urlo viscerale che li spinge ad oltrepassare qualsiasi limite della comune morale senza nessun turbamento spirituale,o a soffocare quest’ ultimo quando impedisce ai loro egoismi di esprimersi. Paul, Olivia, Dot, Nina sono coloro che subiscono gli eventi ma soprattutto sono coloro che subiscono se stessi. La mancata profondità dei personaggi è mirata a spogliare le sfumature  di cui ogni essere umano è portatore, per porre in luce la sua “essenza”, ciò che li determina realmente. Manca la drammaticità teatralizzata che probabilmente ci aspettiamo quando argomenti del genere vengono trattati. Tutto si svolge nel silenzio della rassegnazione. Il loro non riuscire a cambiare le cose, in quanto schiavi di stessi, li rende spettatori comprensivi delle patologie altrui, ognuno è complice delle sofferenze altrui, per alleviare il proprio dolore, o forse più probabilmente per il senso di disfatta che sentono di fronte alla vita. Dot fa sesso con Connor: la dipendenza dal sesso di quest’ ultimo non la spaventa, non la ritiene un qualcosa da cui prendere le distanze. Nina chiama il padre che abusa di lei “papà”, con una naturalezza priva di quel senso di disprezzo che potrebbe sorgere in seguito ad abusi del genere. Il suo chiamarlo “papà” in quel modo, sembra grottesco e assurdo, teso a sottolineare la dis-armonia delle loro relazioni.

Dot si approccia al mondo con la sua sordità e mutezza simulata, interrotta solo nel momento in cui si rende probabilmente conto che il suo fingere di essere altrove o invisibile, tramite il suo simulare un hanticap fisico, determina la sua vita e quella degli altri (guardando il film, capirete).

Altro tema trattato in maniera apprezzabile è quello della colpa. Essa non è attribuibile a coloro i quali materialmente compiono l’atto che potrebbe considerarsi colpa. Vi è nel film un gioco su chi ha e su chi non ha la colpa, essendo quest’ultima non meramente attribuibile all’individuo, ma la somma di componenti sociali e relazionali che influiscono sull’individuo nella misura in cui esso non ha la capacità di elevarsi al di sopra di esse. Emblematico a questo riguardo è la figura della madre. La colpa giuridica dell’omicidio del marito ricade su di lei, sebbene non sia stata lei. E’ essa stessa che chiama la polizia dicendo di aver commesso il delitto: la volontà di redimersi ha preso il sopravvento sull’individualismo. Lei che in silenzio, folle, subiva gli atteggiamenti del marito verso la figlia, senza mai proferire parola. Lei che non proteggeva la figlia, come sentimento comune vorrebbe, ma era in competizione con la figlia, per attrarre l’attenzione del marito sul suo corpo. Lei si prende la colpa di aver ucciso colui che ha fatto del male alla figlia.

Nel finale del film è dunque ravvisabile una presa di coscienza, vista come  l’unica via per la liberazione e la felicità.

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Una barbarie che parla alla sinistra

Di Annamaria Rivera

Se almeno a sinistra si fosse capaci di fare esercizio di decentramento, forse si coglierebbero la gravità di ciò che accade in Europa e l’affinità con alcune delle tendenze che condussero alla catastrofe. E allora suonerebbe meno infondato l’allarme delle rare cassandre che da alcuni anni cercano di richiamare l’attenzione sul razzismo di massa che dilaga in Italia e in Europa e sulla temibile saldatura fra razzismo di Stato e razzismo popolare. Quando si prende di mira una minoranza (non una qualsiasi, ma i rom, cioè le vittime storiche, insieme agli ebrei, della discriminazione, della persecuzione e dello sterminio europei), attribuendole caratteri essenziali –che siano intesi come razziali, sociali o culturali è irrilevante- non si sa mai dove si va a finire. Quando si stigmatizza e si discrimina, si vessa e si perseguita quella minoranza negandole diritti umani fondamentali, in realtà mettendone in dubbio la stessa qualità umana, la strada è spianata per ogni genere di avventura autoritaria (per non dire totalitaria). Esemplare è il caso della patria dei Diritti dell’Uomo divenuta terreno delle scorrerie razziste di un mediocre presidente-sceriffo e dei suoi accoliti: ansiosi di sottrarre ai lepenisti lo scettro di difensori di legge-e-ordine, convinti di fronteggiare gli effetti sociali della crisi economica e la perdita di consenso con la frusta strategia del capro espiatorio, in ciò favoriti da chi a sinistra ha spianato loro la strada. Conviene ricordare che il primo disegno di legge “contro il velo islamico”, in realtà contro i musulmani, fu presentato da un socialista; e che comunista è il presentatore della legge “contro il burqa”, approvata dal parlamento francese pochi giorni fa. D’altra parte, nella sinistra italiana, non sono pochi/e coloro che vorrebbero “fare come la Francia”, ignari/e, forse, di quanto veleno razzista ci sia nella coda di quelle leggi proibizioniste. Esse, in realtà, appartengono allo stesso ciclo che ha prodotto il grottesco dibattito sull’identità nazionale, in cui era implicito il disegno di fare “pulizia etnica”, di liberare la nazione dalle impurità che la storia le ha lasciato in eredità. Pur di perseguirlo, Sarkozy e i suoi tradiscono la consueta compostezza francese, la lealtà formale verso le istituzioni europee, con uno stile grossolano da par loro, simili come sono ai governanti nostrani, con i quali anche in questa occasione hanno volentieri “giocato di sponda”. Non ci sorprende troppo che a ripetere la volgare frase fatta “Se gli piacciono tanto –i ‘negri’, gli ‘extracomunitari’, gli ‘zingari’- li accolga a casa sua” sia l’uomo della strada o il Beppe Grillo di turno (nel 2006 rivolse questo invito al ministro Ferrero; più tardi, con coerenza, definì i rom “una bomba a tempo”). Non è banale, invece, che la frase insultante sia indirizzata dal presidente della Repubblica di un importante paese europeo a una autorevole rappresentante delle istituzioni europee. Non è solo una caduta di stile; è il segno che il razzismo a tal punto è stato detabuizzato da divenire forma della politica, per citare Alberto Burgio. In Italia ciò è avvenuto da più lungo tempo, col concorso decisivo di quei “razzisti democratici” che, tra una strage di profughi albanesi e un consiglio di guerra sulla “piaga” dei rom, hanno costruito le tessere che altri hanno composto per farne, appunto, forma della politica. Questa forma non può produrre altro che barbarie. Ed è perciò che la condizione primaria per qualsiasi progetto di ricomposizione della sinistra, o solo di alleanza in difesa della democrazia, è che al primo punto vi siano l’impegno antirazzista e la difesa incondizionata dei diritti dei rom, dei migranti, dei profughi.

 

Questo articolo è tratto da “Il manifesto”, 17 settembre 2010

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Come il lavoro delle straniere cambia quello delle italiane

Di di Guglielmo BaroneSauro Mocetti

Nonostante sia aumentata negli ultimi anni, la partecipazione al lavoro delle donne italiane rimane molto bassa nel confronto internazionale. Nel 2008, il tasso di attività era del 51,6 per cento (59,7 al Centro-Nord, 37,2 nel Mezzogiorno), oltre 12 punti percentuali in meno rispetto alla UE a 25 e superiore solo a quello di Malta tra i paesi dell’area. Ma l’anomalia italiana non finisce qui. Anche tra le donne che lavorano il tempo che dedicano alle attività domestiche (cucinare, pulire casa, seguire i figli, ecc.) è di quasi 4 ore al giorno, decisamente superiore a quello degli altri principali paesi europei (fig. 1). Diverse sono le ragioni che legano le italiane così tanto alla casa e così poco al mercato del lavoro. Conta senz’altro un modello culturale in base al quale è la donna a farsi maggiormente carico delle responsabilità familiari. Gioca un ruolo importante anche l’inadeguatezza delle politiche pubbliche per la famiglia: la carenza di servizi per l’infanzia e per l’assistenza agli anziani e/o il loro eccessivo costo (specie se offerti da privati) fanno sì che la famiglia italiana tenda a produrre al proprio interno tali servizi con conseguente pregiudizio delle possibilità occupazionali della donna (1).

È tuttavia possibile che i recenti flussi migratori dall’estero abbiano cambiato i termini del complesso equilibrio tra casa e lavoro per le donne italiane. Come noto, la presenza straniera è cresciuta significativamente e all’inizio del 2009 era di quasi 4 milioni di persone (pari al 6,5 per cento della popolazione residente). Negli ultimi anni è aumentata soprattutto la componente femminile che ora supera quella maschile. Nel confronto internazionale, gli immigrati residenti in Italia sono maggiormente occupati nella fornitura dei lavori domestici: la quota dei lavoratori stranieri occupati nelle famiglie è 2 volte e mezzo quella media nella Ue a 25, oltre 10 volte superiore a quella dei paesi del Nord Europa (fig. 2). Inoltre la stragrande maggioranza degli immigrati che lavora per le famiglie è di sesso femminile ed è concentrata in alcune nazionalità. In Italia, circa il 70 per cento delle occupate di nazionalità ucraina, ecuadoriana o peruviana lavora nei servizi sociali e alle famiglie; la percentuale supera l’80 per cento per le cingalesi e le filippine.

Queste evidenze sono compatibili con la maggiore domanda di servizi domestici esistente in Italia (e in altri paesi mediterranei) legata all’invecchiamento della popolazione e alle insufficienti politiche di welfare per la famiglia. È altresì possibile che al contempo la maggiore presenza straniera abbia influito sulle scelte lavorative delle italiane, proprio attraverso la sostituzione delle native nella fornitura di lavoro domestico. In un recente lavoro di ricerca abbiamo tentato di identificare questo secondo effetto. (2) Abbiamo considerato le prime 10 nazionalità specializzate nella fornitura di lavoro domestico e abbiamo stimato l’effetto della loro incidenza a livello locale sull’offerta di lavoro delle italiane; in particolare ci siamo concentrati sulla scelta di partecipare al mercato del lavoro (il cosiddetto margine estensivo) e, per quelle occupate, sulle ore lavorate (margine intensivo). I nostri risultati indicano che l’impatto sulla probabilità di partecipare al mercato del lavoro è sostanzialmente nullo mentre è positivo e statisticamente significativo quello sulle ore lavorate. Tale effetto riguarda solo le italiane con un più alto titolo di studio (e che quindi hanno un maggiore costo opportunità nell’uso del loro tempo) mentre si annulla per le altre. Cercando di quantificare l’entità dell’impatto, si stima che l’aumento di un punto percentuale delle immigrate specializzate sul totale della popolazione femminile (negli ultimi 5 anni è cresciuto di 2 punti percentuali) comporti una crescita dell’offerta di lavoro delle italiane in possesso di una laurea di circa mezz’ora alla settimana (pari all’1,6 per cento dell’orario settimanale medio).

La nostra interpretazione è che l’immigrazione, tramite l’aumento dell’offerta di mercato di servizi sostitutivi del lavoro domestico e/o l’abbassamento del prezzo di tali servizi, abbia modificato l’offerta di lavoro delle donne italiane con elevato livello d’istruzione (3). A parziale conferma di questa tesi, troviamo anche che le straniere specializzate nei lavori domestici sostituiscono le politiche pubbliche. In altri termini, l’effetto delle donne straniere sulle ore lavorate delle italiane è tanto più forte quanto più bassa è la spesa dei comuni per l’infanzia e per l’assistenza agli anziani. Il fatto che l’effetto riguardi l’intensità del lavoro e non la scelta di lavorare, potrebbe essere legato alla natura stessa di tali servizi che sono comprati “a ore” e che garantiscono una maggiore flessibilità sull’uso del tempo.

In conclusione, sebbene l’immigrazione dall’estero abbia rappresentato una parziale soluzione agli squilibri tra impegni domestici e lavorativi per le donne italiane più istruite, alcune questioni rimangono aperte. Di fatto, il welfare all’italiana rimane fortemente incentrato sulla famiglia mentre continua a essere ridotto il ruolo delle politiche pubbliche. La novità rispetto al passato è che alla donna italiana, all’interno della famiglia, si è sostituita (altre volte solo affiancata) una donna immigrata. È questo un sistema equo? Di fatto si tratta di una privatizzazione delle politiche di conciliazione e non è detto che il prezzo di questi servizi, che dipende dall’incontro tra domanda e offerta, sia ancora accessibile a tutti. E, inoltre, è questo un sistema sostenibile? La scelta dell’Italia come meta del progetto migratorio è, appunto, una scelta. E non è detto che sia la stessa delle prossime generazioni di migranti e/o che quelle attuali non decidano di tornare un giorno nel paese d’origine.

Le opinioni espresse sono quelle degli autori e non impegnano l’Istituto di appartenenza

Note e riferimenti bibliografici

1) Si vedano, tra gli altri, Del Boca e Vuri (The mismatch between employment and child care in Italy: the impact of rationing, Journal of Population Economics, 2007) e Bettio e Plantenga (Comparing care regimes in Europe, Feminist Economics, 2004).

2) Barone e Mocetti (With a little help from an immigrant: the effects of low-skilled immigration on female labour supply, Banca d’Italia, mimeo, 2010).

3) Altre interpretazioni potrebbero, a priori, giustificare l’effetto osservato, per esempio un aumento dei salari connesso alle potenziali complementarietà nel settore produttivo. Tuttavia nel lavoro si mostra che l’impatto passa soprattutto attraverso la sostituzione del lavoro domestico e non attraverso l’interazione nel settore produttivo. In primo luogo, l’immigrazione dall’estero ha effettivamente ridotto i prezzi e aumentato l’offerta dei servizi domestici. Inoltre, un simile effetto sulle ore lavorate non si trova se al posto delle nazionalità specializzate nella fornitura di servizi domestici si considerano altri paesi i cui immigrati sono maggiormente concentrati in altri settori produttivi; parimenti, l’effetto delle nazionalità specializzate non è significativo se si considera l’offerta di lavoro degli uomini (che lavorano decisamente molto meno all’interno delle mura domestiche) invece che quella delle donne. Infine, l’effetto delle nazionalità specializzate è più forte per le donne con maggiori carichi di responsabilità (con figli con meno di 3 anni e/o con persone permanentemente inabili al lavoro in casa).

Fonte: ingenere

Padre Padrone Padreterno

11 agosto 2010 1 commento

Nella chiesa cattolica, mi parve particolarmente insultante la posizione della madonna, subordinata al Grande Monarca e buona solo a passare raccomandazioni, con annessa l’oscena concezione del peccato originale e il turpiloquio contro la femmina. Perchè , dal papa all’ultimo preti, i gestori della divinità dovevano essere forniti di coglioni? Perchè la donna, per entrare in chiesa, deve mettersi un velo in testa? Nascondere la testa, spiegava mia madre, è in ogni civiltà simbolo di soggezione: la donna libera porta i capelli al vento.

Tratto da “Padre Padrone Padreterno” di  Joyce Lussu  (Edizione Gwynplaine)

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Coppie “miste”

La famiglia tra italiani-italiani è in crisi da qualche decennio. I fattori che hanno determinato tale crisi sono diversi, uno dei pricipali è sicuramente l’emancipazione socio-economica della donna.

Crisi della famiglia italiani-italiani. Il futuro nelle coppie miste?

Il Vaticano non perde occasione per ribadire che il cardine della nostra società è la famiglia, che senza la famiglia non c’è sviluppo, che senza la famiglia c’è rischio che l’umanità si estingua e che la perfezione terrestre fatta di guerre e povertà non esista più. Il Governo attuale, da parte sua, non ha approvato di fatti leggi che potessero favorire la famiglia tradizionale, pur facendo l’occhiolino ai tradizionalisti nelle campagne elettorali.Nonostante tutti questi supporti religiosi e pseudopolitici, il rapporto coniugale non è più quello di una volta. Gli ultimi dati dell’istituto nazionale di statistica parlano chiaro: nel 2007 ci sono stati 250.000 matrimoni, un decimo dei quali è stato fra coppie miste. I divorzi sono stati 50.000, mentre le separazioni 80.000.

I numerini dell’Istat sui divorzi tra italiani-italiani fanno poco salottino televisivo, in compenso sono analizzati attentamente nei convegni d’élite dei sociologi. Non fanno scalpore perché larga parte della popolazione ha accettato il divorzio come campo della propria libertà individuale. Può piacere, può non piacere, ma se abbiamo caro il valore della libertà e del rispetto degli altri non possiamo imporre le nostre convinzioni, né giurisdizionalmente né moralmente.

Perseguendo su questa logica viene da chiedersi perché se hai la fortuna di essere il componente di una coppia mista devi essere mediaticamente violentato da chi pretendere (a che titolo poi?) di sapere cosa è bene per la tua vita amorosa. Quando la metà della popolazione italiana “doc” ha problemi nel preservare un rapporto nel tempo, per quale motivo le “coppie miste” non dovrebbero averli? Alle porte di qualsiasi dibattito strumentalizzato c’è sempre il temibile Islam e il “musulmano cattivo-cattivo”: come se tutti gli stranieri fossero musulmani, come se tutti i musulmani fossero creati con lo stampino, come se dovesse riguardarci qualcosa che la Signora Maria e il Signor Mohamed non sono compatabili.

Vogliamo fare leggi tali per cui Mohamed e Maria non possono sposarsi? Allora, per amore della coerenza dovremmo quantomeno considerare illegale l’istituzione del matrimonio poiché, tra amanti e divorzi, non sembra che esso goda di ottima salute.

Una variazione, non solo xenofoba ma anche sessista, sul tema “coppia mista” è quella che vorrebbe le donne dell’est ladre di italiani. Il cliché viene ripreso costantemente dai media ed accettato da larga parte della popolazione italiana. Il ritornello è sempre lo stesso: lei, alta, bionda, cala dall’est con la spada ed obbliga l’uomo italiano – che poverino è tanto buono e ingenuo – a conderle il suo amore.

Sapete, volenti o nolenti, il nostro mondo è globalizzato. Possiamo anche ammettere che l’integrazione del mercato e dei fattori umani favorisce vicende assolutamente negative, come il traffico di droga o la tratta di essere umani. Possiamo ammetere che non sempre globalizzato è bello; tuttavia con la stessa onestà intellettuale dobbiamo considerare che un aspetto positivo della massiccia immigrazione è la possibilità di interargire con culture diverse. A dispetto del “cinismo da Ku Klux Klan” con cui parte della politica affronta il tema integrazione, essere una società plurale è un’opportunità per crescere e rivedere la scatola dell’identità in cui spesso si è intrappolati.

L’aumento dei matrimoni misti non è altro che la dimostrazione di come, in fin dei conti, nessun individuo è eccessivamente attrato da chi è “identico“ a sé. Nessuno vorrebbe al proprio fianco la fotocopia di cio che è.

Link: crisi della famiglia italiani-italiani. Il futuro nelle coppie miste?

Tradizioni

Il ruolo delle tradizioni

Quale ruolo dovrebbero avere le tradizioni? Il termine comprende tutto e sebbene il vocabolario ne dia un significato definito e delimitato, è soggetto a interpretazioni. Non solo perché mutano nella sostanza a seconda della società, ma cambia la stessa definizione data loro. In realtà non ho mai capito granchè delle tradizioni.

Sono cresciuta circondata da persone che ritenevano qualsiasi privilegio una tradizione. E anche qualsiasi sottomissione, una tradizione. E’ tradizione che l’uomo non collabori a casa, mentre la donna dedichi l’intero tempo alla casa e ai figli. E’ tradizione che l’uomo abbia sempre l’ultima parola in qualsiasi discussione. E’ tradizione che gli ospiti si trattino bene e si rispettino anche quando recano parecchio disturbo. E’ tradizione non dire le cose nella luce scottante della verità perchè gli altri non se la prendano… E’ tradizione…

Dunque tutto ciò che si può imporre con la tradizione, s’impone. Senza una reale bisogno di educare le nuove generazioni in base a giusti valori. Come un pacco pre-confezionato, si prende dagli avi la tradizione e si regala alle nuove generazioni. Per poi lamentarci che le nuove generazioni non fanno abbastanza per il mondo.

Dal modo in cui nel privato vediamo esplicata la banalità della tradizione, passiamo a qualcosa di più ampio, come lo Stato, la politica, la società. Anche in questo caso qualsiasi cosa che serva a giustificare il dominio dei più forti sui più deboli si traduce nel linguaggio della tradizione. L’ultimo esempio è il crocifisso. E’ tradizione, secondo alcuni, tenerlo nelle aule. Appeso nel nome della tradizione, nessuno va più in cerca del reale significato del crocifisso. Giustificando e preservando la struttura della società, la tradizione offusca le menti, non permettono di badare più alla sostanza di ciò che ci circonda. Insomma un vero oppio, che se non usato con strumenti quali il buon senso, diventa il fanatismo di chi guarda unicamente al passato, e tenta di tenere una società intera ancorata al passato.

Siamo la società del sentimentalismo facile, del tronista di cui le ragazzine s’innamorano, delle lacrime infinite di “Amici”, e non possiamo trascurare il lato romantico della tradizione. Infatti, molti sono avvinghiati alla tradizione poichè così possono sentire un legame con i propri genitori o nonni. Un sentimento analogo a quello che lega alla propria terra i nazionalisti . E com’è vero che quest’ultimi sono stati una delle cause dei totalitarismi, nello stesso modo i tradizionalisti limitano qualsiasi miglioramento nella società.

La storia dell’umanità va avanti: è la storia stessa ad insegnarcelo. Ostinarsi al vecchio, ignorando il nuovo, è un battaglia persa in partenza.

Link :   Il ruolo delle tradizioni da Agoravox.it

Oui, je t’aime

Oui, je t’aime

sussurava la sua mano sul collo.

Il viso immerso nell’Es di Freud

ascoltava distante le sue parole.

Dov’eri ieri non conta.

Se qualcosa ancora conta,

era ieri.

Oggi leggo e

distratta ascolto

ciò che vorrei.

Il femminismo

m’ha reso femmina

dimenticato il passato

ho trovato il presente.

Lontana dall’Albania

penso a chi sarei.

Ma tu non vuoi.

Dici “le tradizioni”.

Le tradizioni

non esistono.

Esiste la stanchezza umana

di creare

un futuro.

Lavori

per i tuoi figli

per le generazioni

per le tradizioni.

Cosa hanno dato

a te, le tradizioni?

Quale nulla

vuoi trasferire nelle mani

di neonati?

Oui, je t’aime.

Lo stupore

Lo stupore

è l’attimo in cui

ogni sorso di vita

si cristializza.

Scivolando giù

nella gola

rimane impresso nel pensiero.

Ogni particella di banalità

è il dovuto

per un sorso.

Nulla fu attesso,

tutto fu assaporato.

Tempo. Cerchi di tempo

si rincorrono

si incastano nella mente

in attesa di altri tempi,

di altri cerchi.

E poi lo Stupore.

fermo

paralizzato

scavalca i cerchi

con gambe di cristallo

e giunge nell’abisso umano.

Io che bisbiglio

alla notte consigli

Ammutolita dalla mano

dello stupore,

ritrovo le parole

soffocate alla notte:

verità

verità

verità.

Lo stupore

è l’attimo in cui

il velo di Maya

(fluttuante)

si riversa a terra,

dolcemente vola,

violentemente s’afferra.

E tutto questo

per due occhi!

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Intervista ad Annamaria Rivera, antropologa e attivista antirazzista.

da: www.albanianews.it

Annamaria Rivera, antirazzista e antropologa, è docente di Etnologia ed Antropologia sociale all’Università di Bari. É da sempre fortemente impegnata nella difesa dei diritti umani. Fra i suoi campi di studio vi è l’analisi delle mutevoli forme dell’etnocentrismo e del razzismo nelle società contemporanee. È autrice e  curatrice di numerosi volumi, tra i quali “L’imbroglio etnico, in quattordici parole- chiave (2001), “La guerra dei simboli. Veli post-coloniali e retoriche sull’alterità” (2005) e  ”Regole e roghi. Metamorfosi del razzismo” (Dedalo 2009).

Il suo antirazzismo non si limita all’attività saggistica e giornalistica. Lei ha attivamente partecipato a organizzazioni e/o eventi nati con l’obiettivo di contrastare il razzismo, come ad esempio lo sciopero degli stranieri del 1° marzo. Questa sua determinazione e intenso coinvolgimento è stato determinato da un suo percorso personale?

Sì, certamente, come ogni scelta d’impegno sociale e politico. Fin dalla giovinezza, ho coniugato l’impegno intellettuale con quello sociale e politico: ho partecipato al movimento del ’68, poi all’esperienza della nuova sinistra e al movimento femminista. Penso, in particolare, che fra il femminismo e l’antirazzismo ci sia una continuità, simmetrica e opposta a quella che lega il sessismo e il razzismo. In questi giorni sto portando a termine un libro, che uscirà a breve, in cui analizzo, appunto, questa continuità. Comunque, due eventi specifici sono stati decisivi: l’assassinio, nel 1989, del rifugiato sudafricano Jerry A. Masslo, che inaugurò la lunga teoria di violenze razziste, ma segnò anche la nascita del movimento antirazzista italiano; e i grandi sbarchi di profughi albanesi nei porti di Brindisi e Bari nell’estate del 1991. Allora, oltre che insegnare all’Università di Bari (dove insegno tuttora), ci abitavo anche. Potei quindi osservare anche da vicino lo svolgimento di quei fatti. E ciò che mi colpì fu il repentino cambiamento dell’atteggiamento delle istituzioni, della politica, dei mass media e, di conseguenza, dell’opinione pubblica nei confronti dei migranti albanesi. Il mutamento della politica governativa e quindi dell’orientamento dei mezzi d’informazione, il trattamento riservato agli albanesi, segregati in uno stadio di Bari che sembrava divenuto quello di Santiago del Cile, contribuirono alla nascita del pregiudizio e dell’ostilità popolari. Insomma, si manifestò allora il classico meccanismo che lega il razzismo di Sato a quello popolare tramite l’opera svolta dai media.

Ha senso oggi, a suo avviso, parlare di “razzismo” o è preferibile usare termini come “xenofobia”? Che definizione darebbe del razzismo?

Io ritengo che non sia esagerato parlare, a proposito dell’Italia, di una situazione razzista. E’ riduttivo sostenere che si possa parlare di razzismo solo in presenza di un’esplicita dottrina delle gerarchie razziali, in senso biologico. Nel discorso neorazzista, categorie come “etnia”, “cultura”, “differenza” possono essere sostituite a “razza”, con lo stesso significato e funzione. E nella realtà di oggi è questo che succede: in Italia, certe minoranze (i rom, soprattutto) e certe categorie di migranti sono considerate e trattate come se appartenessero a razze inferiori. Qualunque gruppo può essere “razzizzato”, indipendentemente dalle reali differenze somatiche o culturali:  basta pensare alla storia dell’antisemitismo. Nell’Italia dell’ultimo ventennio, di volta in volta sono stati “razzizzati” gli albanesi, gli “slavi”, gli “islamici”, i rumeni, i rom…, di conseguenza additati e trattati da capri espiatori. Si può ridurre a xenofobia -cioè a paura dell’estraneo- la politica sistematica di discredito, discriminazione, quasi-persecuzione che il governo attuale e certe istituzioni conducono ai danni dei migranti e dei rom?

Se dovessi abbozzare in  sintesi una definizione di razzismo che ne includa tutte le espressioni, storiche e attuali,  direi che è: un sistema di idee, discorsi, simboli, comportamenti, atti e pratiche sociali che attribuisce a certi gruppi umani differenze naturali o quasi-naturali, o  comunque  essenziali, generalizzate, definitive, per giustificare, legittimare, realizzare ai loro danni comportamenti, norme e pratiche di svalorizzazione, stigmatizzazione, discriminazione, inferiorizzazione, subordinazione, segregazione, esclusione, persecuzione o sterminio.

Nella premessa al suo ultimo libro “Regole e roghi. Metamorfosi del razzismo ” lei afferma che il razzismo non è semplicemente riconducibile a quelli che ormai sono diventati luoghi comuni, quali l’ignoranza e la paura del diverso. Secondo lei dietro il razzismo italiano si cela anche il “rimosso del passato di emigranti”. Ci vuole illustrare meglio questo concetto?

Sì, il razzismo italiano attuale, un sistema che si è sedimentato nel corso del tempo, ha radici anche in certi rimossi, non solo quello dell’emigrazione italiana. C’è anche il rimosso delle varie forme di razzismo che hanno accompagnato la storia italiana. Il mito degli “italiani, brava gente” è servito a coprire un passato vergognoso segnato dall’antigiudaismo cattolico e dall’antisemitismo fascista, dal pregiudizio antimeridionale e antizigano, e dal razzismo coloniale. Ritornando all’ostilità verso i migranti albanesi, se in quel lontano 1991, da essere stati definiti da un famoso giornalista “fratelli della comune patria adriatica”, nel giro di un mese gli albanesi diventano i devianti per eccellenza,  forse è anche perché c’è una storia coloniale italiana mai elaborata, quindi mai messa in discussione. Pochi ricordano che nel 1939, durante il regime fascista, l’esercito italiano invase l’Albania, che fu trasformata in una colonia italiana e rimase tale fino al 1943. Allo stesso modo, il colonialismo italiano in Africa, fra i più brutali e feroci, con tutto il suo corredo di pregiudizi contro i “negri”, mai è stato elaborato e ripudiato collettivamente. Quanto al rimosso del passato di emigranti, io ipotizzo che una delle ragioni dell’ostilità verso i lavoratori  e le lavoratrici immigrati/e risieda nel fatto che essi ricordano agli italiani un passato di miseria, di esodo obbligato, di duro lavoro, di razzismo subìto che si vuole dimenticare.

Quali secondo lei sono i fattori che hanno determinato la “saldatura pericolosa tra razzismo istituzionale e razzismo popolare” ?

L’opera di costante e sistematico discredito dei migranti, “clandestini” e non, condotta attraverso la propaganda, le norme discriminatorie, le dichiarazioni di massimi esponenti del governo e delle istituzioni ne hanno fatto i capri espiatori ideali. In più la legge 40, cioè il  Testo unico che disciplina l’immigrazione e la condizione dello straniero, progressivamente peggiorato nel corso degli anni, ha reso più fragile la condizione giuridica e sociale dei migranti e delle migranti, e quindi li ha resi più vulnerabili e attaccabili. A sua volta, l’opera di denigrazione e di inferiorizzazione delle persone immigrate condotta dal razzismo di Stato è stata amplificata dal ruolo svolto dai media, molti dei quali si sono prestati volentieri a condurre campagne allarmistiche. Tutto questo ha contribuito a sollecitare le peggiori pulsioni, il senso comune più degradato, le paure, verosimili o presunte, della “gente”, quindi l’ostilità, che spesso arriva fino all’aggressione, all’omicidio, al pogrom. Se poi si aggiungono la debolezza del senso civico italiano, lo slabbramento del tessuto sociale, gli effetti della crisi economica, si possono cogliere le ragioni di eventi come l’omicidio di Abdul Guiebre, il pogrom di Ponticelli contro i rom, la strage di Castel Volturno, la caccia ai braccianti africani di Rosarno…

Lei considera gli “imprenditori politici del razzismo”, come ad esempio la Lega Nord, una peculiarità italiana…

No, non penso che la presenza di partiti razzisti di estrema destra sia una peculiarità italiana: ce ne sono in molti paesi europei. La specificità italiana è che la Lega Nord in Italia non è riconosciuta come un partito di estrema destra. Eppure se si comparassero i programmi, i discorsi, le retoriche di questo partito con altri, rubricati sotto l’etichetta di “estrema destra xenofoba”, si troverebbe, per esempio, che il Front National francese, che in Francia è considerato di estrema destra, è più “moderato” della Lega Nord. La peculiarità italiana è che un partito, autentico imprenditore politico del razzismo, eserciti un condizionamento pesante sul governo in carica, ne condizioni l’agenda politica, contribuisca a de-tabuizzare discorsi e lessici razzisti, rendendoli socialmente pronunciabili da chiunque, da persone comuni come da rappresentanti delle istituzioni. Per dirne una, il lessico leghista ha influenzato perfino il vocabolario: la parola “badante”, pronunciata in pubblico per la prima volta da una bocca leghista, e certo non con intenti elogiativi, alla fine è entrata nei dizionari della lingua italiana. Quel che è abbastanza specifico dell’Italia è che nessuno si scandalizzi, per esempio, se il leghista Salvini dice che i rom sono peggiori dei topi…

Cosa risponde a chi ritiene l’antirazzismo demagogico al pari della propaganda razzista?

Rispondo che è sciocco o in malafede, oppure entrambe le cose. Non capisco cosa voglia dire “demagogico” nel caso dell’antirazzismo. E’ demagogico difendere lo stato di diritto, i principi costituzionali, i diritti fondamentali della persona? Gli uni e gli altri sono sanciti da carte e convenzioni internazionali. Chi sostiene una tale idiozia politica dovrebbe di conseguenza considerare demagogico l’atteggiamento di tutti quegli organismi europei e internazionali, a cominciare dall’Onu, che non fanno che stigmatizzare l’Italia per la costante violazione dei diritti  dei migranti e delle minoranze, e non fanno che richiamarla al loro rispetto. Forse si vuol dire che sarebbe demagogico chiamare col nome di razzismo la discriminazione sistematica e la quasi-persecuzione che si verifica in Italia contro queste categorie di persone, e la violenza razzista che arriva a uccidere in pochi giorni ben sette persone di origine africana? Mi riferisco, ovviamente all’omicidio di Abdul Guiebre e alla strage dei braccianti africani di Castel Volturno, a settembre del 2008. “E’ un’esagerazione”  è una strategia che conosciamo bene: è quella che condusse al fascismo e al nazismo. Del resto, a una tale idiozia si potrebbe rispondere usando le parole non di qualche antirazzista scalmanato, ma di Innocenzo Cipolletta, ex direttore generale di Confindustria. In un articolo del “Sole 24 Ore”, pubblicato il 7 marzo 2009 a commento del pacchetto-sicurezza, denunciava senza mezzi termini la deriva “al limite del razzismo”, che minaccia “la capacità di crescita civile ed economica” dell’Italia: in un “contesto politico populista”, aggiungeva, quelle misure finiscono per legittimare “comportamenti xenofobi o razzisti”.

Gli ultimi sondaggi mostrano una “popolazione immigrata” con preferenze elettorali tese verso partiti che non si sono di certo distinti per il sostegno all’integrazione. Io stessa ho cercato di individuare le cause di questa propensione in un mio articolo http://www.albanianews.it/notizie/opinioni/item/1111-quando-lo-straniero-rema-contro . Lei come spiegherebbe questa preferenza ?

Ho letto e apprezzato il suo articolo . E condivido in gran parte la sua analisi. La Lega Nord ha esercitato ed esercita una “pedagogia di massa” che arriva a influenzare anche una parte dei migranti. Ed è vero quel che lei dice, cioè che i più influenzabili sono fra le file di coloro che provengono dai paesi dell’Est. Per la semplice ragione che il loro radicato anticomunismo spesso non fa distinzione fra i defunti regimi del socialismo reale e gli attuali orientamenti di sinistra, anche libertaria. E perciò la fobia del “rosso” può spingerli a scegliere anche il “nero” mascherato da verde. Poi ci sono ragioni che riguardano più in generale la condizione dei migranti e la dialettica vittima-carnefice. La migrazione mette in crisi il senso di sé, a volte spinge verso il conformismo, verso il tentativo di somigliare ai propri detrattori o persecutori pur di non giocare più il ruolo di vittime. Inoltre, ci sono i piccoli privilegi conquistati dai migranti arrivati prima, che temono la concorrenza di quelli che, arrivati più recentemente, stanno più in basso di loro nella scala sociale. Lo ho scritto molte volte: il razzismo non è un’attitudine intrinseca a questa o quella categoria sociale. E’ invece un fenomeno a geometria variabile, in cui i ruoli e i bersagli cambiano continuamente: chi ne è stato vittima può a sua volta, in certe condizioni storiche, diventarne complice o attore.

Ha in progetto un nuovo libro? Se si, ci può anticipare qualcosa?

Come ho accennato, in autunno uscirà un mio nuovo saggio, su sessismo e razzismo, pubblicato dalla Ediesse. Nel libro cerco di illustrare e analizzare la continuità, le analogie, gli intrecci che ci sono fra i due sistemi  di inferiorizzazione, discriminazione, dominio. Ne analizzo anche le contraddizioni e i paradossi. Per esempio, oggi in Italia, paese in cui, come ci dicono studi e statistiche, la discriminazione delle donne è grave in ogni campo, dall’accesso al mercato del lavoro ai salari, fino alla scarsissima presenza nelle istituzioni e ai vertici di ogni professione, le donne “native” possono conquistare una parziale autonomia solo sfruttando il lavoro malpagato, spesso servile, delle donne migranti.

Sempre in autunno, le edizioni Dedalo pubblicheranno il mio primo romanzo, Spelix. Storia di gatti, di stranieri e di un delitto. Racconta, in forma di giallo, una storia ambientata in un quartiere romano. E, come si intuisce dal titolo,  suggerisce la simmetria fra la crescente “gattofobia”, fenomeno finora inedito a Roma, e l’altrettanto crescente xenofobia, in una città che un tempo era caratterizzata da “tolleranza” e apertura agli altri.

La ringrazio.

GRA EMIGRANTE NË KAPITALIZMIN ITALIAN

nga Migena Proi *

Dhjetvjeçari i fundit i fenomenit të emigrimit është karakterizuar nga e ashtëquajtura “feminilizim”. Mashkulli, protagonist i padiskutuar i flukseve të para emigruese, ja ka lënë vendin femrës. Reflektimet e fundit sociologjike dëshmojnë një figurë femërore gjithmon e më pak anësore. Emigrantet e para që mbërrinin në Itali ishin të shtyra jo nga vullneti i tyre i pavarur por nga nevoja për të ndjekur një figurë mashkullore, si psh. babai ose bashkëshorti.

Sot femrat e çfarëdolloj etnie, moshe dhe feje qofshin, lënë Atdheun, të afërmit, fëmijët dhe zakonet e tyre, për tu kthyer në protagoniste absolute të kapitalizmit italian. Udhëtimi i vërtet fillon kur mbërrijnë në Itali, vend në të cilin të jesh grua dhe emigrante është një sfidë e përditëshme kundër paragjykimeve. Vështirësitë e para, më shumë se të lidhura me çështjet ekonomike, materjale ose gjuhësore, kanë të bëjnë me identitetin. Në fakt integrimi mbart në vetvete ndërmjetësimin midis vlerave të vjetra, të vendit të origjinës, dhe vlerave të reja të shoqërisë italiane.

Proçesi i ridimensionimit si femër, duke përqafuar pika të reja riferimi, është një proçes i dhimbshëm: çdo emigrant dëshiron ti përshtatet sitilit të ri të jetës, pa dashur të heq dorë nga rrënjet e veta të origjinës. Në këtë proçes të zhvillimit personal rëndojnë një sërë faktorësh, të cilët mund të jenë sa negativë ashtu edhe po aq pozitivë. Sigurisht, kushtet favorizuese janë më të shumta nëse grupi shoqëror i origjinës të emigrantit, nuk i përket një sistemi vlerash antipodë në krahasim me realitetin italian.

Ndërkohë, një aspekt jashtëzakonisht negativ është stigmatizimi që gratë emigrante – ashtu si të gjith emigrantët në përgjithsi – përballojnë. Klishetë që u caktohen atyre janë nga më të ndryshmet: nga shablloni i femrës së huaj së pandershme që ka ardhur në Itali me të vetmin qëllim për të “vjedhur” burrat e femrave italiane, deri tek shablloni i femrës së nështruar të një shoqërie patriarkale që ka zgjedhur të mbulohet me vello. Të manovrosh për të gjetur ekuilibrin e brendëshëm në një ambient që të gjykon apriori, nuk është e lehtë as për ekuilibruesin më të mirë.

Identiteti dhe vetvlersimi vihen në një provë të vështirë edhe nga çështje që kanë të bëjnë me aspektin profesional. Edhe pse shumë femra të huaja janë të dipllomuara, gjenden të detyruara të kryejnë punë që nuk i korrespondojnë nivelit të studimeve të tyre universitare. Legjislacioni italian garanton njohjen e titullit të studimeve të kryera jashtë Italisë, por janë të pakta femrat që bëjnë kërkesë për njohjen e titujve të tyre, të shkurajuara nga burokracia e cila është e gjatë. Megjithatë, ajo që përfaqson një diskriminim edhe më real nuk është vetëm kryerja e punëve që nuk u përkasin nivelit të tyre studimor, por edhe tiopologjia e profesionit në të cilin gjenden të burgosura.

Egziston faktikisht një ndarje në punësim e kushtëzuar nga kategoria e përkatësisë dhe e vlefshme sidomos për emigrantët, nga ku del se femrat emigrante janë të dënuara automatikisht të jenë të punësuara në sektorin e punëve shtëpiake. Femra “kujdestare” (ita. “badante”) – një siguri e vërtet psikologjike për shumë familje italiane – është një figurë që përmbush deficitin e welfare-it italian. Në shkëmbim të një rroge jo shumë të lartë, punëdhënësi ka mundësi të blejë jetën private dhe të adminsitrojë plotësisht ditët e emigrantes. Jo pa qëllim, një rrymë e studimeve sociologjike sheh në profesionin e “kujdestares” një tip të ri të shfrytezimit kapitalist: nuk tregëtohen mallra, por tregëtohet dashuri dhe përkujdesje.

Energjitë që femrat investojnë në vëndet perëndimore, influencojnë negativisht në raportet e tyre intime duke shkaktuar një prishje të strukturës së familjeve të tyre të origjinës. Dhe faktikisht shumë prej tyre duke marrë vendimin për të ardhur në Itali,  mënjanojnë, qoftë edhe pjesërisht, rolin e tyre si nënë duke i lënë femijët e tyre në vëndin e origjinës. Edhe kur fëmijët kanë mundësi të bashkohen me nënat e tyre në këtë udhëtim shpresash, femrat e huaja janë të penalizuara pasi nuk kanë si mbështetje atë rrjet familjar që gëzojnë nënat italiane që punojnë.

Për të eliminuar çdo lloj forme viktimizmi, ështe e drejtë të kihet parasysh ajo qe sociologja amerikane Barbara Ehrenreich, theksonte para disa vitesh: situatën aspak të lumtur të tregut të punës së femrave emigrante për shkak të mungesës së emancipimit të vërtet të femrave të “tjera” perëndimore. Në realitet realizimi profesional nuk solli një ri-shpërndarje të barabartë të detyrimeve shtëpiake me meshkujt. Femrat emigrante përballen me kryerjen e atyre punëve tipike femërore, që kohë më parë i kryenin femrat jo të emancipuara përëndimore.

Gjithashtu Italia, në ndryshim me vëndet e tjera europjane, vuan akoma nga një udhëheqje eskluzivisht maskiliste nëpër institucionet zgjedhimore. Një prani më e madhe femërore në politikë – me anë të një përfaqsimi konkret dhe jo vetem formal – do mundësojë ringritjen e fatit të shumë femrave. Mbështetja dhe  inkurajimi i ambicieve politike të femrave emigrante që e meritojnë, mund të jetë çelësi për të përmirsuar kushtet e femrave emigrante ne Itali. Jo sepse të huajat do jenë më mirë, por thjesht sepse duke u nisur nga eksperienca e tyre personale debati politik mund të përqendrohet mbi problemet e emigranteve.

* Migena Proi është shqiptare me origjinë dhe shkruan në periodikë dhe site ueb ndërkulturorë të ndryshëm që u drejtohen komuniteteve emigrante në Itali. Artikulli është botuar fillimisht në gazetën “Shenja dhe Ëndrra” (ita. “Segni e sogni”)

(Përktheu nga italishtja në shqip Brunilda Ternova)

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